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Breve storia

La terra di Capitanata racconta storie millenarie legate alle dominazioni che si sono susseguite in Italia, dapprima nel Regno di Sicilia, poi nel Regno di Napoli e quindi nel Regno delle due Sicilie.

Il sacco dei turchi danneggiò particolarmente la città di Manfredonia, distruggendo edifici e beni importanti. L’Arcivescovo sipontino Annibale sceso dai monti del Gargano – dove si era rifugiato – per constatare le rovine osservò che la valanga turca non aveva lasciato altro che desolazione, lutti e miserie. Grande aiuto alla ricostruzione fu dato dall’arcivescovo cardinale Orsini (poi papa Benedetto XIII), che resse la diocesi sipontina dal 1675 al 1680 e chiamò a raccolta tutte le famiglie di spicco della città.

Il protagonista della nostra storia è il Conte Antonio d’Alba che, tra il XVIII e il XIX secolo, ha contribuito alla lenta ricostruzione della città di Manfredonia dopo l’invasione dei turchi.

Il Conte oltre ad essere un formidabile imprenditore e stratega, era un uomo di grande cultura umanistica e scientifica, amante della vita e dei suoi piacere: primo fra tutti il buon vino, di cui si fece promotore.

Si narra, infatti, che le principesse Adelaide e Vittoria di Borbone (figlie del re di Francia Luigi XV e zie del ghigliottinato Luigi XVI) giunsero in terra di Manfredonia dopo essere fuggite dalla reggia di Caserta, dove alloggiavano sotto la protezione del Re di Napoli Ferdinando I durante l’avanzata napoleonica nel Regno di Napoli. Le due principesse giunsero al porto dove una nave doveva attendere il loro arrivo, ciò non avvenne e si videro costrette con il loro seguito a trovare sistemazione in una villa sulla litoranea. La notizia si diffuse e l’accoglienza fu una delle più grandiose: il paese si unì in una grande festa e il conte d’Alba portò con sé i suoi vini, scelti per l’occasione. Grazie a questo evento, in breve tempo, il conte divenne un punto di riferimento locale e non solo, una figura forte e carismatica, capace di diffondere l’amore per la sua terra e i suoi buoni frutti, ispirazione per il nostro brand.

Nel linguaggio feudale il Conte era il possessore di un feudo al quale era annesso il corrispondente titolo onorifico. Lo stemma nobiliare era considerato rappresentazione grafica del titolo.

A – La corona di Conte è cimata da sedici perle di cui nove visibili, si pone sopra lo scudo e rappresentano il grado nobiliare.
3 perle vengono messe in rilievo poichè si evidenziano le perle in gruppi di 3.

B – Lo scudo è considerato lo sfondo su cui si inseriscono simboli identificativi. Lo stemma di de Nittis d’Alba è simboleggiato da due “d” specchiate. Lo scudo così composto raffigura anche il volto di un cavaliere.

C – Gli ornamenti dello scudo servono ad indicare dignità proprie del titolare dello stemma : gli svolazzi sono dei pezzi di stoffa ritagliata che, partendo dall’elmo, ricadono intorno allo scudo al fine di dargli un aspetto di eleganza.

CHI SIAMO

Raffaele Pio de Nittis, imprenditore e cooperatore, insieme all’imprenditore Michele d’Alba e famiglia, hanno raccolto la forte passione Vinicola rendendola reale nelle “Cantine de Nittis d’Alba” rappresentando in maniera esemplare il connubio tra vino e terra pugliese, generosa ricca e forte, con l’obiettivo di mantenere costante l’equilibrio tra tradizione e innovazione.

L’amore per il territorio li ha spinti ad investire nel settore agricolo e a dedicarsi alla viticoltura. Il passo verso la produzione dei propri vini è stato breve: con la collaborazione di Fabio Mecca, un destino da enologo in 10 anni di Vigne e Cantine, è iniziato il percorso verso una produzione che ha come punto di riferimento il rispetto della terra e dei suoi frutti.